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BCULT newsletter n.47



BCULT newsletter n.47

Febbraio 2009
Beni di culturale importanza: osservatorio sui beni culturali a Genova e in Liguria

Alla composizione di questo numero di BCULT hanno partecipato
inaldo Luccardini, Maurizio Benvenuti, Claudio Arena, Maria Teresa Facco, Marina Mannucci.
 


Arte e pensiero

I giganti a rate. Da quarant'anni l'arte... di vendere l'arte. Pagamento 30% alla consegna, il rimanente in 12 rate senza interessi. Oltre i 20.000 euro è possibile accedere a un leasing. Per l'intero pagamento in contanti, sconto del 15%. Ogni opera è accompagnata da nostra garanzia di autenticità e provenienza, valida a tempo indeterminato. Per acquisti o informazioni contattateci via e-mail o telefonicamente senza impegno.
Pubblicità della ditta Sant'Agostino di Torino, anno 2008

Sono per un'arte che tragga le sue forme direttamente dalla vita, che si intrecci e si espanda fino all'impossibile, e si ingrandisca, e sputi, e sgoccioli, dolce come la vita stessa.
Claes Oldenburg, su Contemporanea – Arte dal 1950 ad oggi, Mondadori, Milano, 2008

Fuck art, let's dance
Fernandel (pseud.) su Inguine Mah!gazine, n.11, 1997, disegno riprodotto su Spaghetti grafica, De Agostini, Novara, 2008

“Cos'è che, secondo te, può cambiare la vita più facilmente: la politica o l'arte?”
“La politica si occupa di cose serie, l'arte si occupa del sentimento”

Scambio di battute fra Fabio Fazio e Carla Bruni a Che tempo che fa del 25-1-09


 

immagine: libroBCULT di carta
Il debutto della nuova collana tavolidellacultura.net

È disponibile presso l'editore Liberodiscrivere un volume che raccoglie i migliori articoli apparsi negli ultimi quattro anni sulla nostra webzine. Si tratta di un BCULT di carta che rappresenta anche il punto di svolta a cui è arrivata la programmazione delle attività di tavolidellacultura.net, la rete dei Tavoli della Cultura. La svolta consiste nell'orientamento delle azioni, che sarà dedicato prevalentemente alla creatività giovanile, ed è stata inaugurata dalla Maratona di 24 ore di Creat(t)ività che si è svolta nel mese di giugno 2008. Il libro è il primo di una collana, targata appunto tavolidellacultura.net, la quale registrerà gli eventi futuri di questo nuovo programma, con una cadenza dettata dalle circostanze e dalla loro importanza nel contesto nazionale, ligure e genovese.

La forma editoriale della pubblicazione è on demand, cioè su richiesta. In pratica il volume sarà acquistabile on line, collegandosi al sito web liberodiscrivere.it. Agli autori dei testi pubblicati su questo BCULT di carta verrà riservata una copia a particolari condizioni di acquisto. Per concordare le modalità di intercettazione si invita a scrivere una comunicazione a info@tavolidellacultura.net.

 

immagine: scottish Scottish
Tiri la coda ed afferri la preda

L'allevamento dei cani è un bene culturale? Assolutamente sì, e ancor più importante, per la cultura dell'uomo e del suo amico, è la selezione delle razze (termine improprio, per la verità) che meglio svolgano i compiti a cui sono addetti. In tal modo, infatti, c'è una soddisfazione reciproca che intensifica i momenti di immagine: gli scottish di Eva Braun comunione fra le aspirazioni dell'uomo e quelle del cane.

Bisogna osservare innanzitutto che il rapporto fra cane ed uomo ha per sfondo quasi esclusivamente la natura. È raro che un cane si adoperi a compiti domestici, da fare al chiuso. Le migliori qualità di questo animale si sviluppano all'aria aperta, nei boschi e sui prati. Ci sono innumerevoli libri che parlano di questo argomento.

Ci sono anche molti tipi di cane. Qui parliamo di un cane che non esisteva prima del 1879. In effetti questo è l'anno in cui Gordon Murray pose le impostazioni per classificare la razza Scottish terrier.

Di questo particolare tipo di terrier (colore esclusivamente nero, pelo ruvido e spesso, zampe corte e robuste, testa grossa, carattere indipendente, determinato e testardo) esistono descrizioni risalenti anche al 1436, e si sa che James the sixth, re di Scozia, diventato re d'Inghilterra, ne regalò sei al re di Francia Enrico quarto. Ma a quel tempo non c'era una distinzione vera e precisa fra in tanti tipi di terrier.

Quello di cui parliamo venne selezionato per la caccia agli animali da tana. Uno scottie è capace di scavare velocemente le buche che odorano di mammifero, le allarga, vi infila la testa, addenta la lepre o la volpe o il tasso e il cacciatore può così estrarre entrambi gli animali tirando il cane per la coda, che è robusta come un manico. Negli anni Trenta questo cane divenne il più popolare negli USA. Il presidente Franklin D. Roosevelt ne aveva uno alla Casa Bianca, come recentemente il presidente George W. Bush. Ma lo scottie fu anche il cane di Eva Braun (che ne aveva due: Negus e Stasi).

In quegli anni venne scelto come simbolo in vari contesti: la pedina del Monopoli, l'etichetta del whisky, la mascotte di clubs e colleges. Nel 1955 diventò il protagonista di un celebre film di Walt Disney: Lilli e il vagabondo.

 

immagine: toponimi, Albissola Marina Toponimi
Alba Docilia e la sua prole

Per andare da Genova a Savona si passa dapprima attraverso Albisola, poi attraverso Albissola. Nessuno, del posto, sa spiegare per quale motivo da un unico nome latino della località (Alba Docilia) siano discese due parole apparentemente uguali, diverse solo per una esse rafforzata. immagine: toponimi, Albisola Superiore

L'edificato delle due località è continuo e dunque ancor più difficile parrebbe giustificare la differenza. Molti spiritosi notano che non c'è differenza fra i due nomi: entrambi hanno due esse. Infatti uno si chiama Albisola Superiore e l'altro Albissola Marina. Totale: due esse per nome. C'è anche Albisola Capo, che era un comune a sé stante, aggregato ad Albisola Superiore durante il Ventennio.

C'è stato un periodo, nel 2006, in cui entrambi i sindaci delle due località portavano lo stesso cognome e sembrò opportuno lanciare un referendum per unificare definitivamente tutte le Albisole presenti sul posto; la richiesta venne presentata da più di 5.800 abitanti dell'area. Ma l'occasione venne perduta, perché il Consiglio Regionale della Liguria la bocciò.

Per andare da Genova a Spezia si passa dapprima attraverso Riccò del Golfo di Spezia. La specifica è stata aggiunta probabilmente da astuti amministratori per invogliare i turisti a prenotare un alloggio marino tra i monti dell'entroterra spezzino. Nemmeno le località costiere interessate riportano il riferimento al golfo. Riccò invece sì, anche se il mare dista 12 chilometri e la sua vista è celata da una montagna che si alza per 100 metri sopra il paese. L'unico modo per vedere il mare dal fondo di una valle che guarda l'Appennino è salire su una mongolfiera. Questa è la soluzione che potrebbe dare un senso alla titolazione e allo stesso tempo assicurare prestigio all'amministrazione di un paese che in origine si chiamava semplicemente Riccò di Spezia.


 

immagine: il forte di Vado Ligure Il forte di San Giacomo a Vado
Odissea di un forte

Il forte che sovrasta il porto di Vado Ligure è stato eretto dalla Repubblica di Genova nel 1618 con il nome di forte San Lorenzo. Nel 1658 fu demolito ma da queste rovine venne successivamente realizzata l'attuale fortezza.

Genova, nel 1757 dovendo ripristinare le nuove linee di difesa sul Ponente, diede l'incarico al maresciallo della Repubblica Antonio Federico Flobert, di provvedere al necessario. Il Flobert per prima cosa fece compiere un rilievo della fortezza all'ingegnere Policardi. Finita la planimetria, dal 6 giugno, iniziarono i lavori. Verso la fine del mese era già stata dissotterrata la parte demolita, comprendente due cisterne, i sotterranei, la cortina verso il mare, la piazza interna del forte e i pilastri che reggevano la volta della batteria. Immediatamente dopo furono riportate alla luce, le mura di levante e ponente e verso la montagna. Fu ricostruita la muraglia che reggeva la piattaforma principale e la scala per la piazza d'armi, nel mezzo del forte. Furono riedificati i quartieri superiori per i soldati e completata la batteria per i cannoni.

Il Flobert, costretto ad usare materiali economici, come calcina, legnami, pietre, incominciò ad avvisare i primi problemi edili. Infiltrazioni d'acqua, umidità eccessiva, diedero origine ad alcune frane, soprattutto sulla parte stradale d'accesso al forte. Il quel periodo il Matteo Vinzoni, cartografo della Repubblica, definì il Flobert poco buono ingegnere.

Sparsa la voce e costatando la male riuscita attività edilizia, dal 1758, l'impresa venne affidata al colonnello Decotte, il quale ribattezzò il forte col nome di San Giacomo. Il Decotte evidenziò subito il peggior difetto strategico della fortezza: anche se ben disposta verso il mare, essa era debole e scoperta alle spalle, cioè sul promontorio. Si pensò dunque a ristabilire anche il demolito forte di Santo Stefano, in posizione superiore, per utilizzarlo a copertura del forte San Giacomo. Decotte fece costruire sul posto, per i lavori da eseguire, un forno per la fabbricazione dei mattoni e fece scavare alcuni pozzi per l'approvvigionamento d'acqua.

In cima al colle, una vecchia cappella, fu adattata per magazzino utensile e attrezzi da lavoro e per la custodia delle carte e mappe utilizzate allo scopo. Successivamente, si decise di costruire una muraglia, al fine di collegare le due fortezze, la superiore e la sottostante, tanto che la fortezza prese effettivamente un aspetto autorevole e sicuro. Da alcuni documenti emerge che le fortezze non erano collegate solo dal muraglione per scopi difensivi, ma anche da un passaggio che in parte era sotterraneo. A conferma ciò si legge su altre carte che il passaggio fu riaperto dai francesi (nel 1794 entrarono da Ventimiglia nella Repubblica di Genova circa 30 mila soldati francesi guidati dai generali Bonaparte e Massena) ma, cessatone lo scopo probabilmente loro stessi lo richiusero.

Oggi l'intera struttura giace completamente abbandonata, benché la sua posizione sia facile da connettere ai flussi turistici connessi alla frequentazione della costa ed a quella del Porto di Vado. Le stanze degli ufficiali conservano ancora soffitti affrescati con motivi floreali.


 

immagine: Politecnica, la testataGiunto italiano
Invenzione tratta dalla rivista Politecnica

Negli anni Trenta usciva a Torino Politecnica, una rivista illustrata che divulgava le invenzioni proposte dagli ingegneri italiani.

Questo il manifesto, stampato sul retro di copertina: “Crediamo di giovare allo spirito inventivo ed eminentemente ingegnoso degli italiani, immagine: Politecnica, il giunto di Giuseppe Polloneistituendo nei prossimi numeri di Politecnica una rubrica di invenzioni e scoperte, aperta a chiunque voglia far conoscere il frutto o il prodotto di ricerche, studi, esperimenti utili alle industrie, ed alla vita. Questa rubrica potrà offrire un grande interesse anche alla massa dei nostri lettori che comprende il fior fiore dei tecnici e dei produttori della Nazione".

La rivista naturalmente non entra nel merito del valore delle singole invenzioni o scoperte di cui parlerà, ma darà modo agli studiosi immagine: Politecnica, il giunto di Giuseppe Pollone seri e pertinaci di far conoscere ed apprezzare la propria opera. All'interno di uno dei suoi numeri c'è l'illustrazione del GIR, Giunto Italiano a Raggiera, una invenzione dell'ingegner Giuseppe Pollone del Politecnico di Torino.

Questo aggeggio aveva lo scopo di rendere veloce l'allestimento di coperture metalliche leggere, per hangar, stand fieristici, capannoni industriali temporanei... permettendo poi il facile recupero e reimpiego dei componenti. L'impostazione concettuale del GIR è analoga a quelle di analoghi esempi tedeschi che ebbero poi molto successo, tanto da essere impiegati ancora oggi (come il Mero System ed il System Abstracta) ma la procedura di fissaggio del GIR è un po' più lenta di quella consentita dai suoi antagonisti e dunque non ebbe il successo sperato dal suo inventore.

Il principale vantaggio del GIR era la sicurezza del fissaggio delle aste al giunto, ottenuta mediante una porzione tronco conica terminale della sede cilindrica di accoppiamento tra giunto ed asta. La svasatura o bordatura del tubo si opponeva allo sfilamento del tubo quando l'attrito non era sufficiente ad assicurarlo. L'esecuzione della svasatura era ottenuta forzando nel tubo una spina conica. Questa soluzione permetteva di ottenere giunti complessi, anche col raddoppio delle aste (cosa impossibile coi sistemi Mero e Abstracta).

Il giunto però andava montato (imbullonandone i componenti) caso per caso, mediante il fissaggio di bulloni e dadi. Questo sistema aumentava la sicurezza ma anche il tempo necessario per l'installazione. Nel System Abstracta le aste vengono innestate a baionetta, con un solo scatto, al giunto che possiede una molla di ritenzione. Nel Mero invece le aste si avvitano direttamente agli alloggiamenti filettati del giunto. Queste banali differenze hanno decretato il successo dei due prodotti antagonisti e il brevetto di Pollone resta solo un esempio di accuratezza concettuale.


 
immagine: portabandieraPortabandiera
Ubicazione dei portabandiera

Negli anni in cui Edmondo De Amicis pubblicava il suo libro Cuore (1988) venivano realizzati a Genova i nuovi quartieri residenziali che aprivano alla città l'urbanizzazione della collina retrostante il centro storico.

immagine: portabandieraStrade e piazze della zona richiamano le vittorie del nuovo Stato Italiano (Marsala, Pastrengo, Solferino, Palestro...) e insieme alle atmosfere da Piccola vedetta lombarda la gente assaporava con riguardoso orgoglio il nascente potere dell'Unità. Una traccia evidente di queste atmosfere si trova ancora sulle facciate dei palazzi costruiti in quell'epoca: è il portabandiera.

Un sistema costituito da due soli aggeggi metallici infilzati nel muro: il bossolo di appoggio e l'anello di infilaggio che consentivano all'asta delle bandiere di restare ficcata nel muro, inclinata quanto basta per ostentare il drappo sia che ci fosse vento o bonaccia.

Oggigiorno questi relitti dell'Ottocento vengono rimossi al momento di un rifacimento degli intonaci, ma qualcuno invece li conserva, in omaggio al valore storico e culturale di questo segno. Poi c'è chi li impiega per appendere bandiere della propria squadra di calcio e, nei casi di clamorose vittorie, anche della bandiera nazionale (con riferimento al campionato di calcio, ovviamente).

Un tempo invece era pragmatico l'addobbo con le bandiere italiane (con stemma sabaudo incorporato, s'intende) ad ogni cerimonia pubblica sia locale che nazionale. Purtroppo questa usanza si è andata affievolendo ed oggi neanche il due Giugno (festa della Repubblica) si usa esporre il nostro vessillo.

È però interessante notare che l'imposizione del portabandiera ai palazzi aveva una sua logica distributiva. Una bandiera (solitamente più grande delle altre) era posta accanto al portone d'ingresso, mentre altre, minori per dimensione, erano piazzate al di sotto della finestra centrale degli appartamenti sovrastanti, in un tripudio tricolore che abbiamo provato a ripetere truccando la foto odierna di un palazzo della zona in questione.


 

immagine: Artjob.it, la testataC'è sul web
Il sito per l'occupazione artistica

I giovani che esprimono la creatività dovrebbero consultare il sito Artjob, su internet per favorire l'occupazione giovanile nel mondo dell'arte. Vi sono elencati non solo i bandi per l'aggiudicazione di posti (in genere, nelle amministrazioni pubbliche) ma anche i concorsi a cui possono partecipare per l'allestimento di opere di scultura, danza, teatro, ecc.

Per esempio vi mettiamo il link al bando di concorso che riguarda la fotografia (primo premio dieci mila euro): artjob.it.


 
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L'indice è organizzato con la seguente logica: titolo, via o luogo, località. Dunque la parola chiave può essere scelta in uno di questi tre campi. La redazione provvederà in futuro ad aggiornare il file di repertorio.

 
Alla composizione di questo numero di BCULT hanno partecipato:
Rinaldo Luccardini, Maurizio Benvenuti, Claudio Arena, Maria Teresa Facco, Marina Mannucci.
 
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