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BCULT newsletter n.43

BCULT newsletter n.43
Ottobre 2008
Beni di culturale importanza: osservatorio sui beni culturali a Genova e in Liguria
Alla composizione di questo numero di BCULT hanno partecipato
Rinaldo Luccardini, Enrico Benvenuto, Paola Bellotti, Marina Mannucci.
 
Arte e pensiero

Non è chiaro perché dovrebbe essere più "naturale" copiare immagini mnemoniche che non immagini di percezioni, le quali sono molto meglio definite e quindi molto più permanenti. Troviamo anche che spesso il realismo precede forme di rappresentazioni più schematiche. Ciò vale per il Paleolitico, per l'arte egizia, per l'arte geometrica attica. In tutti questi casi lo stile arcaico è il risultato di uno sforzo cosciente (che potrebbe essere aiutato od ostacolato da tendenze inconsce o da leggi fisiologiche) anziché di una reazione naturale a depositi interni di stimoli esterni.
Paul K. Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli, Milano 1979

È vero che tali comportamenti non sono considerati particolarmente sensati. Anzi, quando gli artisti moderni esprimono il paradosso del mentitore nella forma "Quest'opera è un falso", in genere si reagisce appunto dando loro degli squilibrati.
Piergiorgio Odifreddi, C'era una volta un paradosso, Einaudi, Torino 2001

Nessuna forma d'arte attraversa le nostre coscienze come il cinema, giungendo direttamente ai nostri sentimenti, nei profondi e oscuri recessi delle nostre anime.
Ingmar Bergman citato da Rhiannon Guy, Portala al cinema, Einaudi, Torino 2006

Ci sono altri artisti (Francisco Goya, Alfred Kubin, Georges Grosz) che nelle loro opere lasciano intravedere il segno graffiante e inconfondibile dell'angoscia: nelle figure rappresentate e nei modi con cui esse sono rappresentate; ma, direi, non c'è forse espressione più sconvolgente e più trasfigurata dell'angoscia di quella che riempie di sé le opere di Edvard Munch.
Eugenio Borgna, Le figure dell'ansia, Feltrinelli, Milano 1997

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immagine: la rivista MarcatreMarcatre 24h
La rivista del Gruppo 63 ispira i giovani della maratona 24h di Creattività

Nel novembre del 1963 uscì a Genova, stampata dall'editore Vittone, una straordinaria rivista di cultura contemporanea, fondata da Eugenio Battisti che insegnava Storia dell'arte nell'ateneo genovese.

A scrivere inizialmente su questo notiziario, come allora si autodefiniva la immagine: la rivista Marcatrerivista, erano i membri del Gruppo 63 che lo usavano sia per esporre le proprie idee che per veicolare quanto di nuovo appariva in altri paesi sui versanti delle arti visive, della poesia, del teatro, dell'architettura e del design.

Alcuni nomi: Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Gillo Dorfles, Enrico Crispolti, Paolo Portoghesi. Uno strumento del genere non esisteva in Italia prima di allora, così denso di segnalazioni e stimoli da costringere i lettori a cercare approfondimenti e, in definitiva, ad acculturarsi.

Battisti nel 1964 si trasferì a Torino e Marcatre continuò ad uscire, a partire dal sesto numero, con l'editore Lerici di Milano in numeri doppi e poi tripli, che ne fecero aumentare lo spessore cartaceo, trasformando il prodotto in un vero e proprio libro. Oltre ad importanti saggi critici, vi trovavano posto testi particolarmente creativi e rubriche varie.

La grafica (responsabile Magdalo Mussio) era moderna e d'avanguardia, oltre che per i caratteri usati, anche per i disegni, sempre monocromatici. Le stesse copertine presentavano colori e caratteri speciali: nelle nostre foto è riprodotta anche una pagina del mitico numero sestuplo 50/55, stampato tutto in rosso, dedicato a Utopia e/o Rivoluzione, uscito nell'anno 1969.

Oggi si ripresenta a Genova l'occasione di compiere un esperimento analogo. I giovani che hanno dato luogo alla maratona 24h di Creattività nello scorso mese di giugno chiedono di poter continuare ad esprimersi mediante una rivista, un mensile di cultura contemporanea che dia spazio alla creatività e ne diffonda la comunicazione. Sebbene dispongano di luoghi virtuali (tutti su Internet, ovviamente) questi non sono sufficienti a promuovere le idee che hanno rivelato di avere e quelle che verranno. Ora si tratta di coltivare questo progetto e trovare il modo di fertilizzarlo.

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immagine: Hollywood Cose di cinema


Uno dei più potenti strumenti di livellazione culturale è il cinema che, con le sue storie vere o fantastiche, impone stili di vita e atteggiamenti sociali a gente che neanche si rende conto della assimilazione. La cosa può essere discutibile, ma ci sono oggetti, modi di dire, modi di fare che sono diventati patrimonio comune di ingenti masse di persone sebbene queste vivano in realtà diverse ed anche in paesi diversi. Forniamo qui tre esempi, tratti dal libro The Moviegoer's Companion (pubblicato in Italia da Einaudi col titolo Portala al cinema).

La famosa insegna di Hollywood tempestata di stelle fece la sua comparsa a Tinsel Town nel 1923, ed è tuttora in cima a Mount Lee. A quel tempo l'insegna era Hollywoodland ed era il cartellone pubblicitario di una grande società immobiliare. Conteneva qualcosa come 4000 lampadine da 20 watt. Ogni lettera è larga 9 metri e alta 15. Nel 1932 un'attrice gallese, Peg Entwhistle, dopo aver avuto solo una piccola parte in un film cadde in depressione, si arrampicò sull'insegna e si gettò nel vuoto dalla cima della lettera H. Hollywood si è definitivamente innamorata della sua gigantesca insegna nel 1973, quando è stata ufficialmente dichiarata monumento storico di valore nazionale. Nel 1976 l'insegna divenne per qualche tempo Hollyweed per festeggiare la depenalizzazione del consumo di marijuana (in gergo californiano weed, appunto); nel 1978, invece, in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II, l'insegna venne corretta in modo da leggersi come Holywood (con l'aggettivo holy, cioè santo).

Nel 1951 venne registrato un urlo umano per il film Tamburi lontani, in cui fu usato in una scena che mostrava un uomo afferrato dalle mascelle di un alligatore e trascinato sott'acqua dal rettile. Quello stesso urlo è stato poi usato in oltre 70 film. A prodursi in quell'urlo spaventoso era un personaggio di nome Wilhelm, e da allora l'urlo ha preso il suo nome. L'urlo Wilhelm è stato tra l'altro usato in Guerre stellari (1977), I predatori dell'arca perduta (1981), Poltergeist (1982), La bella e la bestia (1991), Batman (1992), Le iene (1992), Toy Story, Titanic (1997) e Il Signore degli Anelli (2002).

Anche se la parola cameo esiste da molto tempo prima della nascita dei film, il termine è entrato nella cinematografia soltanto negli anni Cinquanta, e precisamente con Il giro del mondo in 80 giorni (1956), dove comparivano, in parti brevissime, almeno 44 persone famose. Nel cinema, dunque, il termine cameo sta a indicare la fugace apparizione in un film una qualche celebrità. Tra le star che fecero la loro breve comparsa nel film citato ricordiamo Buster Keaton, Noel Coward, Frank Sinatra, John Gielgud e Marlene Dietrich. (1996).

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immagine: acquedotto marino Acquedotto marino
Curiosità sull'impianto ad acqua marina

Nel 1924, quando venne realizzato, questo impianto era l'unico di queste dimensioni urbane in Italia. Altre città in Francia e nel Regno Unito, avevano però già adottato questa soluzione per poter disporre di un quantitativo inesauribile di acqua da destinare ad usi igienici.

immagine: acquedotto marino Praticamente l'acqua marina serviva per bagnare i tratti stradali con massicciata di tipo Mac Adam (evitando che facessero polvere), per il lavaggio delle strade lastricate (con rimozione degli escrementi dei cavalli), per la irrigazione degli orinatoi pubblici, per funzioni antincendio e per il lavaggio straordinario delle fogne, che erano ancora di tipo misto.

Il progetto venne approvato nel marzo del 1922 per un costo di 4 milioni di lire, immagine: acquedotto marino dopo avere sperimentato per qualche tempo un impianto molto più piccolo, che prelevava acqua di mare nei pressi della Strega e serviva per irrorare via Corsica. Il clima della Liguria, e di Genova in particolare, presenta sempre un periodo esteso di siccità fra luglio e ottobre e le riserve di acqua potabile erano troppo preziose per poter essere impiegate negli usi di pulizia stradale.

L'impianto consisteva sostanzialmente in una tubazione interrata la quale partiva dalla centrale di pompaggio situata nei pressi della spiaggia di San Giuliano (dove esiste tuttora il fabbricato, ora trasformato in abitazione) e saliva verso la collina di San Martino dove, nei pressi del Forte, era posto il serbatoio di accumulo. Da questo punto, in base al progetto che prevedeva due diramazioni, l'acqua marina avrebbe potuto raggiungere la Spianata del Bisagno e Borgoratti.

In piazza Tommaseo l'acqua marina avrebbe dovuto alimentare le due fontane ancora esistenti, mentre la tubazione si ramificava in una rete a griglia secondo l'orditura urbana della zona, raggiungendo le bocchette di distribuzione (una ogni 80 metri) sulle quali era possibile avvitare tubi flessibili manovrati dagli addetti alla nettezza urbana. Questo acquedotto marino non oltrepassava il Bisagno. Le idrovore sistemate a San Giuliano erano due: una a motore elettrico, l'altra a motore diesel. Motore e pompe erano realizzate esclusivamente in bronzo, per evitare che l'acqua salina formasse correnti galvaniche corrosive.

Le tubazioni erano invece in eternit, con giunti in gomma Gibault, la cui flessibilità permetteva di compiere deboli curve. Le curve più decise e le seracinesche erano in ghisa catramata a caldo. Tutto questo impianto ebbe vita breve per tre motivi. Il tipo di traffico urbano cambiò rapidamente col passaggio dal traino animale a quello motorizzato; dunque niente più sterco da lavare e soprattutto strade asfaltate anziché sterrate. Inoltre il complesso sistema di gestione, che prevedeva il prelievo di acqua anche dalle tubazioni di mandata, si rivelò nocivo per la tenuta e per lo stesso funzionamento della rete. Infine la fragilità dei tubi di eternit (che si spezzavano anche per colpa delle spinte provenienti dai giunti) ne rese troppo onerosa la manutenzione. Si pensi che ogni singolo giunto andava collaudato alla massima pressione prima di interrarlo definitivamente.

Oggi l'impresa sarebbe assai semplice, coi tubi di resina e le schede elettroniche. Il mare è sempre lì e l'acqua potabile è sempre meno.

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immagine: delineatori primitivi Delineatori primitivi
Primi segnalatori ottici di ostacolo: gli oblò luminosi

Nella piazza De Ferrari a Genova, subito dopo il montaggio della grandiosa fontana progettata da Giuseppe Crosa di Vergagni e donata alla città da Raffaele De Ferrari, vennero installati nei piccoli salvagenti di pietra posti alla base dei lampioni, i primisegnalatori ottici di ostacolo realizzati in Italia.

immagine: delineatori primitivi Secondo il Codice della Strada oggi in vigore questi strumenti di arredo stradale si chiamano delineatori e possono essere sia autoilluminati sia catarinfrangenti; il tipo più diffuso è quello catarinfrangente: si tratta di una asticella frangibile (di latta o di plastica) posta sul bordo della strada appunto a delinearne il limite.

Quelli autoilluminati sono meno frequenti; essi sono stati sostituiti da vere e proprie colonnine luminose (anche queste molto frangibili) oppure da borchie metalliche immerse direttamente nel piano stradale e munite di uno o due fori orientati verso la direzione di marcia, attraverso i quali viene proiettata la luce di una lampada alloggiata nel sottosuolo.

Quelli che vi presentiamo nelle foto risalgono agli anni Trenta e sono sopravvissuti al rifacimento della pavimentazione di piazza De Ferrari (attuata per abbellire la città in occasione del Vertice Grands Eight del 2001). All'epoca infatti l'intera pavimentazione venne divelta per poterne ricomporre meglio l'orditura e la funzionalità dopo aver allargato l'area centrale secondo il progetto di Bernard Winkler che ha condotto all'attuale sistemazione.

Nessuno aveva però segnalato agli addetti ai lavori che le pietre dei salvagenti erano ancora dotate di questi primitivi delineatori, realizzati in vetro ed ottone, secondo la tecnologia delle costruzioni navali (forse per questo motivo Genova è stata la prima città a farne uso) che li ha preservati quasi indenni per più di settanta anni.

Sul bordo del salvagente, fatto in conci di pietra, veniva praticato un foro attraverso il quale passava la luce di una lampada sotterranea, a sua volta racchiusa in una sorta di lanterna stagna. L'anello di ottone visibile all'esterno era imbullonato direttamente sulla pietra del salvagente e teneva bloccato un disco lenticolare di vetro piuttosto spesso (ne sono stati riscontrati solo due tipi: colore trasparente e colore ambra). Lo spessore del vetro era tale da poter resistere anche agli urti delle ruote cerchiate in ferro delle carrozze, però i rusponi che hanno divelto la lastricatura della piazza nel 2001, ne hanno frantumati a dozzine senza pietà.

Tuttavia le operazioni di saldatura bituminosa effettuate più volte in passato fra le pietre del selciato avevano in parte ricoperto alcuni di questi delineatori, nascondendoli e proteggendone almeno tre che ci sono pervenuti più o meno intatti. Questi oggetti vennero realizzati prima di una loro ufficiale codificazione (benché i primi segnali stradali luminosi, di derivazione ferroviaria, siano della fine dell'Ottocento) quando le strade migliori erano lastricate e le altre, anche in città, a massicciata macadam tutt'al più ricoperta di silicato di soda.

Le automobili avevano al massimo tre numeri sulla targa e il Prefetto aveva stabilito che la loro velocità nelle piazze di Genova non dovesse superare il 10 km/h ("...ridotta a quella dell'uomo al passo..."). Probabilmente questi oblò luminosi vennero installati nel 1934, quando vennero soppressi i binari dei tram nella piazza. In precedenza lì infatti i tram giravano in tondo (carosello) per poter invertire la marcia; è questo il motivo per cui oggi abbiamo un'ampia fontana circolare in un piazza che circolare non è.

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immagine: il campanile di San Siro Campanile di San Siro
La parziale demolizione della torre

Agli albori dell'era cristiana la cattedrale di Genova era dedicata ai Santi Apostoli, ma nel IX secolo quella chiesa venne dedicata a San Siro (di Struppa) e successivamente la cattedrale venne trasferita nella chiesa di San Lorenzo, dove permane tuttora.

immagine: il campanile di San SiroLa chiesa di San Siro è una delle più grandi a Genova e, considerata la sua epoca d'impianto, si può certo affermare che si tratti di un ragguardevole monumento. Il suo campanile in pietra era degno della basilica che aveva accanto, sia per altezza che per fattezze.

Dopo novecento anni dalla sua costruzione il campanile cominciò a manifestare segni di instabilità, piegandosi leggermente verso sud e minacciando di crollare immagine: il campanile di San Siro sulle case del vicolo sul quale prospettava.

Come mostrano le fotografie in bianco e nero si vede la torre già vistosamente inclinata nel 1904. Sicché l'anno successivo venne realizzata un'impalcatura per compiere la sua graduale demolizione. Ma non è stato eliminato tutto il corpo del campanile.

La sua parte più bassa, pari all'altezza della navata della chiesa di San Siro, è stata conservata, immagine: il campanile di San Siroassicurando la torre ai muri della basilica con una vistosa imbragatura di ferro che cinge il perimetro squadrato e che rappresenta un valido metodo di protezione.

Purtroppo però questa storia non può essere valorizzata, poiché il vico delle Fasciuole (la strada da cui si potrebbe ammirare) è lasciato in un'orrendo abbandono civico, marginale rispetto ai percorsi battuti di via della Maddalena e via San Luca, dunque luogo scelto dai tossicodipendenti per bucarsi e dai piccioni malati per morirvi.

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immagine: piazza Umberto I Palazzo Ducale
Piazza Umberto I e gli uffici tratti dalla "Guida Pagano"

Risale al 17 ottobre del 1927 il primo atto in cui al Comune di Genova venne assegnata la proprietà del Palazzo Ducale: si tratta della convenzione per la cessione dell'immobile, redatta dal Ministro delle Finanze di allora, il conte Volpi. Le trattative per il trasferimento della proprietà erano iniziate nel 1848.

Insieme al Palazzo dei Dogi, lo Stato cedette al Comune anche l'ex Convento della Consolazione su via XX Settembre (sopra il Mercato Orientale), un tratto di alveo del Bisagno (regolarizzato per costruirvi il Ponte Pila), un'area della spianata sottostante le mura del Prato (rinunciando a costruirvi il nuovo Distretto militare) ed anche un'area adiacente alla batteria della Strega (sottostante corso Aurelio Saffi).

Il Comune in cambio cedette allo Stato l'area occupata del mattatoio civico, dove lo Stato costruì poi la sede degli Uffici Finanziari. Come si può vedere dalla pianta che riproduciamo, tratta dalla Guida Pagano di Genova del 1910, sotto la gestione dello Stato il Palazzo Ducale ospitava solo funzioni tipiche dello Stato. Dalla salita Arcivescovato si accedeva all'Ufficio Passaporti, a quello del Demanio ed alla Conservatoria degli Atti Giudiziari. In salita del Fondaco era posto l'ingresso della Questura.

Lo scalone posto all'interno del Ducale, fra i due cortili porticati, conduceva al Tribunale, alla Corte d'Appello, alla Procura Generale ed alla Intendenza di Finanza. Il cortile porticato adiacente alla piazza De Ferrari era di transito, mentre quello più interno ospitava le Regie Poste. Nonostante tale corposa concentrazione di funzioni, nell'ala orientale del Palazzo era sistemato l'ufficio centrale del Telegrafo e inoltre sul perimetro esterno c'era anche spazio per qualche negozio: se si osserva bene il disegno qui riprodotto si vedono infatti i numeri 1 e 24 corrispondenti a indirizzi commerciali forniti separatamente dalla Guida Pagano nelle pagine dello stradario. Una curiosità funzionale è raffigurata nello spigolo destro prospiciente piazza Umberto I (oggi piazza Matteotti): un sottopasso voltato consentiva di accorciare l'aggiramento dello spigolo, per raggiungere a piedi via Cardinal Boetto (e poi piazza De Ferrari).

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