| Beni di culturale importanza: osservatorio sui beni culturali a Genova e in Liguria Alla composizione di questo numero di BCULT hanno partecipato Rinaldo Luccardini, Olga Colazingari, Alessandro Guidi, Jacopo Tartarini, Cesare Gobbo, Orietta Doria, Guido Benvenuto, Giovanna Sartori, Marina Mannucci. Arte e pensiero
En peinture, le Pop art continuait à prospérer, bien qu'Andy Warhol passât plus de temps à peindre des portraits et à faire des films et que Peter Blake abandonnât tout pour fonder la Confrérie des ruralistes en 1975. Georg Baselitz et Francesco Clemente étaient les leaders de l'école néo-expressioniste et les féministes demandèrent un réexamen de toute l'histoire de l'art. Sintesi dell'arte negli Anni Settanta, probabilmente scritta da Alex Linghorn per la Hulton Getty Picture Collection sul volume 1970s, della Könemann Verlagsgesellshaftt mbH, Köln, 1998 You are art [Voi siete l'arte]. Con "You are art" potete ordinare un divertente e moderno ritratto per molto meno di quello che pensate di dover spendere. Non c'è neanche bisogno di perdere tempo in sedute: loro lavorano a partire dalle fotografie! Sicché dovete semplicemente scegliere lo stile, da una delle loro molte opzioni, la dimensione ed i colori che volete prevalgano. Loro allora lavoreranno per darvi un perfetto ritratto. Per vedere qualche esempio del loro lavoro, visitate il fantastico website www.youareart.co.uk. Tratto da una pubblicità di House & Garden (Condé Nast Group) numero di Agosto 2007 Comprendo la tua passione per l'arte contemporanea, ma non dovresti acquistare i quadri come se fossero nuovi modelli di un'automobile Consiglio di un amico americano al principe romano, nel film Tre soldi nella fontana diretto da Jean Negulesco (1954) Gli adattamenti culturali complessi non emergono gradualmente e ciecamente come avviene nell'evoluzione genetica. Le sinfonie non nascono a poco a poco grazie alla diffusione differenziale ed alla elaborazione di melodie ogni volta leggermente migliori. Piuttosto emergono dalla mente delle persone e la loro complessità funzionale emerge dall'azione di tali menti. Questo vale anche per i romanzi, i dipinti e le invenzioni. La cultura è utile e adattiva perché popolazioni di menti umane conservano i risultati migliori delle generazioni precedenti. Peter J. Richerson e Robert Boyd, Non di soli geni, Codice Edizioni, Torino, 2006 top Archeologia dei nettascarpe L'evoluzione dei nettascarpe dalla pulizia del fango ad oggetto decorativo (Pubblichiamo parte di una relazione presentata al IV Congresso Italiano di Etnoarcheologia - Roma 2006, da Olga Colazingari e Alessandro Guidi)È nell'Ottocento che i nettascarpe si diffondono in modo capillare; è questa l'epoca in cui compaiono diversi esemplari in ferro battuto o a stampo, questi ultimi non di rado di un certo pregio estetico: come gli esemplari inglesi e quelli di diversi altri paesi europei ed extra-europei (tra di essi l'Australia e il Canada o quelli di New York, visibili nel sito www.newyorkcitywalk.com/html/images_BootScrapers.html). Va anche notata l'associazione con dimore (in genere di un certo livello) di età georgiana e vittoriana (esempi da Winchester e Dublino su www.le.ac.uk/emoha/leicester/bootscrapers.html e www.irish-architecture.com/buildings_ireland/dublin/southcity/merrion_square/1_10.html). Verso la fine dell'Ottocento e agli inizi del Novecento conosciamo alcuni esemplari a stampo che sembrano essere il prodotto di botteghe specializzate; è il caso di quelli formati da coppie di sfingi affrontate, presenti a Genova, in edifici della fine dell'Ottocento (vedere >BCULT del giugno 2005) e a Roma, e di quelli con sostegno a colonnina e decorazioni floreali, che denotano addirittura una diffusione di modelli che coinvolge Italia e Francia (si vedano gli esemplari di Nevers nel sito http://cfpphr.free.fr/decrot58nevers.htm). Del tutto particolare, in perfetto stile Art Deco, è la coppia di nettascarpe realizzati da Blerot a Bruxelles, nel 1900 (www.skiouros.net/art_nouveau/belgique/bruxelles/belle-vue_30_4.fr.php). Sebbene, almeno a livello di gusto, si conoscano esemplari isolati di nettascarpe prodotti a stampo fino agli anni '20 (e forse oltre!), i primi decenni del Novecento sono caratterizzati dalla definitiva affermazione delle due categorie più note; quelli a parete, spesso di minore pregio estetico, più comuni all'interno degli edifici, in corrispondenza dell'accesso alle varie scale, e di quelli a terra, posti spesso anche ai lati dei portoni d'accesso, direttamente sulla strada. È con il Fascismo che si ha la maggiore diffusione di questo tipo di oggetti, favorita sia dalla progressiva espansione delle città (e dalla conseguente necessità di pulirsi i piedi da fango e terra accumulatisi nelle strade sterrate prima di entrare nelle case), sia da regolamenti come quello già citato, relativo agli alberghi (ma abbiamo testimonianza dell'impiego anche all'ingresso di ristoranti, ad esempio in via Flaminia, a Roma), sia dalla costruzione di case in cooperativa da parte di impiegati e/o funzionari dello Stato che, almeno fino a tutti gli anni '30, rispondessero ai dettami del decoro urbano, stabiliti da apposite leggi e regolamenti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale sono attestati, in larga misura, solo nettascarpe a terra; gli ultimi sono associati a case (sempre di cooperative) degli anni Sessanta (non a caso abbiamo testimonianze di padri che ingiungevano ai figli di pulirsi le scarpe con il ferro prima di entrare a casa, dopo giuochi e partite di pallone nei prati circostanti!). Al giorno d'oggi i nettascarpe sono prodotti di nicchia, utilizzati soprattutto come decorazioni per ville e giardini. Più di quelli a terra, il tipo maggiormente diffuso (da noi, ma anche negli altri paesi europei) è quello a forma di animale (spesso un cane bassotto o un porcospino). Nel frattempo si sono formati veri e propri depositi archeologici, originati dall'asportazione e/o dall'obliterazione e successiva copertura dei vecchi nettascarpe. Particolarmente devastanti sono stati gli effetti delle progressive asfaltature delle strade o, nel cortile interno degli edifici, della costruzione di nuovi marciapiedi attorno agli ingressi delle scale, fenomeni che hanno provocato la progressiva sommersione di alcuni dei nettascarpe o, semplicemente, la loro eliminazione. top Telfer Da piazza di Francia al porto con la prima ferrovia monorotaia italiana nel 1914... Ormai è persa l'occasione di ritrovare tracce della mitica Telfer, la prima ferrovia monorotaia italiana che nel 1914 a Genova permetteva ai visitatori della grandiosa Esposizione Internazionale di Igiene, Marina e Colonie, di spostarsi comodamente dalla Piazza di Francia, dove erano installati i padiglioni della mostra, al porto dove erano le navi e gli apparati connessi all'esposizione. Il binario era lungo un paio di chilometri. Il cantiere che sta oggi rifacendo la copertura del torrente Bisagno è arrivato a scavare nel punto in cui era situata la stazione di partenza, ma sotto terra non c'è neanche una traccia delle fondazioni di questo impianto. Evidentemente durante i lavori della copertura del Bisagno (quelli originari, del 1934-1936) sono state rimosse le vestigia dell'opera, che venne comunque smantellata poco tempo dopo la conclusione dell'Esposizione. Sicché a noi oggi rimane solo una serie di fotografie e il rimpianto di non poter disporre di un eccellente esempio di trasporto urbano leggero e sicuro mentre viene invocata (e a proporlo è Renzo Piano, uno dei più celebri architetti contemporanei) la sostituzione della strada sopraelevata con una ferrovia monorotaia! Il progetto della monorotaia venne elaborato dall'ingegner Enrico Coen Cagli, esperto di lavori portuali (suo il progetto di Porto Marghera) e ferroviari (realizzò la prima ferrovia del Montenegro, fra il porto di Antivari e la città di Niksic). La costruzione del collegamento ferroviario fra la spianata del Bisagno (oggi Piazza della Vittoria) e il bacino portuale venne finanziata con una lotteria e realizzata dalla società Carminati & Toselli. Il progetto iniziale prevedeva che si adottassero strutture in acciaio, ma la disponibilità economica inferiore alle aspettative costrinse a compiere l'opera in cemento armato. I vagoni erano spinti da una sola elettromotrice, dotata di un impianto di sicurezza che ne permetteva l'arresto nel caso che il conducente fosse. morto. Questo unico esempio italiano venne replicato a Torino nel 1961, per l'Esposizione del Centenario dell'Unità: esso è tuttora visibile, benché privo del materiale rotabile, lungo Corso Unità d'Italia. Il nome Telfer è un adattamento del vocabolo inglese telpher che significa teleferica.
top Il Teatro Trianon alla Spezia Riapertura del teatro di varietà e rivista per la conservazione della destinazione d'uso
Per soli quattro giorni di ottobre ha riaperto i battenti alla Spezia il Teatro Trianon, splendido edificio che all'inizio del secolo scorso vide la sua nascita e conobbe il suo splendore come teatro di varietà e di rivista, ma che poi diventò una sala cinematografica e infine una rimessa di automobili, rimanendo ai più sconosciuto nonostante la sua straordinaria bellezza e la sua collocazione centrale. Il teatro fu costruito su progetto di Vincenzo Bacigalupi e inaugurato il 22 marzo del 1913 nel cuore della città, tra le vie Manzoni e Vanicella, quartiere del Torretto, nel quale attualmente è in atto la riqualificazione dell'assetto urbano. Al suo interno erano presenti affreschi raffiguranti figure di donne e scene in stile liberty nelle quali predominante era il colore verde, eseguiti ad opera del pittore Vittorio Giorgi, rimasti purtroppo poco visibili, mentre per fortuna è ancora possibile ammirare qualche traccia degli stucchi decorativi a bassorilievo dell'egregio Augusto Magli. L'organizzazione della riapertura, che ha reso possibile la fruizione di uno degli edifici storicamente più rilevanti del territorio, è il frutto di una collaborazione tra Comune, Arci e Fondazione Carispe, nonché della partecipazione di numerosi artisti e personalità di spicco del panorama culturale locale, che a vario titolo hanno deciso di aderire all'iniziativa, riconoscendone il valore. L'auspicio e l'attenzione dei promotori discende dalla precisa e concreta volontà di non rassegnarsi, per il Trianon, ad un destino pensato come inevitabile, quale quello toccato al cinema Cozzani diventato una sala Bingo, al teatro Astra oggi supermercato, al Politeama o al Monteverdi praticamente scomparsi. Questa quattro giorni è stata ideata proprio con la speranza che riportare l'arte (pittura, installazioni, fotografia, musica, teatro, parola, conoscenza) in un luogo nato per questa, possa impedire per il Trianon la dimenticanza o la riconversione non attinente.
top Il trucco di Peters L'applicazione delle macchine nella lavorazione artigianale del legno di mobili di pregio
Henry Thomas Peters fu un eccezionale ebanista. Venne a stabilirsi nel 1817 a Genova dall'Inghilterra e fu il primo in Italia ad applicare le macchine alla lavorazione artigianale del legno con cui realizzava mobili di notevole importanza (suoi sono gli arredi di Palazzo Reale, in via Balbi a Genova e quelli della Reggia di Racconigi). La sua massima raffinatezza è apprezzabile nell'esecuzione delle tarsie con legni di colore diverso, talmente precisa da poter realizzare contemporaneamente due pezzi, uno positivo e l'altro negativo. Peters adoperava una sega a vapore che consentiva tagli di una precisione ineccepibile. Questa macchina però causò liti coi vicini, per via del fumo sprigionato dal carbone che ne animava la caldaia. Geniale e impetuoso, Peters si convertì al cattolicesimo ed ebbe 14 figli; idealista conobbe Mazzini, per il quale portò lettere riservate a Genova da Londra. Fu tra i primi ad usare legni esotici (mogano, palissandro, ebano) anche nella produzione borghese, curando nei dettagli anche le parti non visibili, come l'interno dei cassetti. Fu anche tra i primi (1824) a pubblicare annunci pubblicitari sui quotidiani. Le spese per una ultradecennale lite di vicinato lo condussero sul lastrico. Tutta la sua proprietà venne venduta per sanare i debiti. Egli morì suicida. Ora vi mostriamo la riproduzione della tecnica adoperata da Peters nella realizzazione della modanatura della gamba di un tavolo. Si tratta di una modanatura che sarebbe assai facile riprodurre a stucco, ma non sarebbe un restauro. Col restauro si cerca di ripercorrere esattamente la tecnica realizzativa, sicché il prodotto finale non può che essere identico all'originale. Dunque per poter ripristinare la modanatura andata perduta, si deve ovviamente partire dallo stesso tipo di legno originario. Presi quattro listelli a sezione quadrata, si incollano dapprima fra di loro a due a due, avendo cura di interporre un foglio di giornale fra i due. Poi si incollano le due coppie fra loro, avendo cura di interporre fra loro un foglio di giornale. Il risultato è un listello unico, a sezione quadrata. Ora si può montare sul tornio, che lentamente scava il legno superfluo e rende rotonda la sezione, fino ad ottenere la sezione di cerchio desiderata (prima foto). A questo punto il listello composito viene immerso in una bacinella. L'acqua impregna i fogli di giornale che erano stati interposti prima dell'incollaggio: in tal modo i quattro listelli originari si separano di nuovo (seconda foto) ed è facile segarne segmenti di uguale larghezza (terza foto). Prima del montaggio sulla gamba del tavolo sarà sufficiente eliminare il legno superfluo, trasformando in cunei tutti i segmenti che hanno le facce parallele (quarta foto).
top Una casetta in Canadà Il savadanaio per la casetta monofamiliare sognata dagli italiani Al festival di Sanremo del 1967 la canzone che ebbe maggior successo fra il pubblico (ma non vinse alcun premio) fu Casetta in Canadà di Panzieri e Mascheroni, cantata da Gino Latilla. In quel periodo grazie alla Legge Ponte in Italia venivano però costruiti attorno alle città nuovi quartieri fatti di enormi edifici condominiali, veri e propri scatoloni per contenere famiglie (si veda la fotografia di Giorgio Bergami qui riprodotta). Dunque l'ideale prevalente della gente era quello di costruirsi una casetta monofamiliare, col giardino intorno, proprio come nella canzone: Aveva una casetta piccolina in Canadà, con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà, e tutte le ragazze che passavano di là, dicevano: Che bella la casetta in Canadà!. A dare concretezza a questo sogno contribuì l'Istituto Nazionale Assicurazioni (INA) che lanciò nel Paese un piano di risparmi individuali delle famiglie orientato alla costruzione della propria casa. Perciò vennero distribuiti ai lavoratori, attraverso le aziende, gli uffici pubblici, le banche e gli uffici postali, migliaia di salvadanai di legno dalla graziosa forma a casetta: tetto spiovente a due falde ricoperto in lastre, muri in pietra al piano terreno, tamponamento in legno al piano mansardato, comignolo, portone in legno, finestra quadrata a quattro vetri e fiori tutto intorno; si direbbe proprio una casetta in Canadà. Non si conosce un solo esemplare di INA-casa realizzato con le fattezze del salvadanaio di legno, ma bisogna ammettere che tutti quelli che hanno risparmiato monetine inserendole nella sua feritoia avevano in mente quel tipo di casa come ideale per la propria famiglia. È il caso di dire, sessanta anni dopo, che anche il salvadanaio in questione è responsabile della desolata condizione ambientale delle nostre periferie urbane.
top La Cultura nella parola dei candidati del Partito Democratico Dal forum I Tavoli della Cultura si confrontano con il nascente Partito Democratico Genova 11 ottobre 2007 Tre giorni prima delle Elezioni Primarie per la scelta dei candidati alle segreterie regionali del Partito Democratico e per i membri della sua Assemblea Costituente, i Tavoli della Cultura hanno organizzato a Genova, nella Sala Sivori, un confronto sui temi della Cultura. Come è noto tali Primarie, che sono un gesto volontario (e oneroso per gli elettori), hanno visto la partecipazione su base nazionale di più di tre milioni di persone, riempiendo per alcuni giorni quotidiani e telegiornali di notizie e commenti. Noi vi forniamo qui una estrema sintesi delle opinioni espresse dai partecipanti al forum dei TDC, scusandoci per la brevità imposta dalle regole editoriali della nostra newsletter. Renato Carpi: Siamo tutti perplessi. Viviamo la crisi della politica, ma è mancata un'analisi della crisi. È venuta meno la dimensione culturale della politica: la politica fatica a produrre conoscenza e ciò ha messo in crisi il rapporto fra politica e città. Carla Olivari: La politica ha bisogno della cultura per le analisi, per capire dove si sta andando. La cultura ha bisogno della politica per concretizzare. Andrebbero recuperati quei luoghi dove si intrecciava cultura e politica: i circoli "Gramsci", i circoli "Turati". Il mio obiettivo è il sapere, il mio compito è ampliare la conoscenza Mario Tullo: Il modo in cui abbiamo deciso di dare vita al PD è già un importante fatto culturale, ma ce ne sono altri: possono partecipare anche gli stranieri, possono farlo anche i sedicenni. La contaminazione fra cultura, politica e diverse forme di società è già avvenuta: dobbiamo riprenderla. Pozzolini: Se il PD apre anche a chi non fa politica da tempo, può avere le risposte ai temi nuovi che provengono dalla scienza e dalla tecnologia. Carla Peirolero: C'è una casta anche nella Cultura: c'è chi ha progetti bellissimi ma non le risorse per attuarli, e c'è chi ha rendite di posizione. Il PD può cambiare le cose. Adriana Albini: Viviamo un'esperienza assolutamente unica. Maria Pia Bozzo: Il rapporto fra cultura e politica è molto stretto, ma deve essere mantenuto libero. Le PMI investono in cultura più della grande industria, che spende in pubblicità. Antoni: Il ruolo della cultura è forte soprattutto se viene indirizzato alla costruzione di nuovi principi etici. Ora la crisi è profonda. Emilia Marasco: Quello del PD non è l'ultimo treno, ma l'occasione per i giovani di innovare davvero. Il tema del PD deve essere, come nell'arte, quello della contaminazione. Ennio Massolo: In assenza delle vecchie ideologie il nuovo partito deve costruire una cultura politica. Maria Paola Profumo: Far entrare nella politica la parola gentilezza in omaggio ai monaci Birmani, potrebbe essere un'operazione culturale, così come esserci mentre si progetta, come sfida per i giovani che si affacciano alle Primarie. Ariel Dello Strologo: La politica recente ha rinunciato a programmare per pensare solo a vincere le elezioni. Dobbiamo pensare al futuro lontano. Ed esservi preparati. Alessandro Giacobbe: La scuola induce sempre meno i ragazzi a servirsi delle strutture culturali. Le risorse sono drenate dalle istituzioni locali verso effimere occasioni di spettacolo. Ferraris: Dobbiamo sforzarci di assumere uno spirito costituente, come raramente è stato nella storia dei Paesi. Pietro Tarallo: Purtroppo il 70% della spesa per la cultura è destinato dagli enti locali alla promozione delle sagre. Cerchiamo di cambiare almeno questo. Carla Costa: Gli artisti vedono un po' più lontano di noi. Non dobbiamo avere paura di essere astratti. Dovremo convivere con culture altre: a ciò deve pensare la Costituente. Renato Carpi: Le perplessità ci sono. Ma ci spingono in avanti.
top C'é su BCULT Guida ai contenuti di BCULT
Il file allegato (in formato rtf, 14 Kb) contiene l'elenco dei materiali pubblicati.
Disponendo di questo file (che può essere archiviato a parte sul proprio hard-disk) si riesce a trovare rapidamente l'argomento cercato inserendo la parola chiave nel menù che discende dal comando "Modifica/Trova", posto nella prima barra superiore del programma "Word" per chi è in ambiente Microsoft (analoghi strumenti sono offerti dall'ambiente Mac). Con tale informazione si può tornare al sito web ed aprire solo il numero della newsletter che interessa. L'indice è organizzato con la seguente logica: titolo, via o luogo, località. Dunque la parola chiave può essere scelta in uno di questi tre campi. La redazione provvederà in futuro ad aggiornare il file di repertorio.
top Alla composizione di questo numero di BCULT hanno partecipato: Rinaldo Luccardini, Olga Colazingari, Alessandro Guidi, Jacopo Tartarini, Cesare Gobbo, Orietta Doria, Guido Benvenuto, Giovanna Sartori, Marina Mannucci. Per ricevere BCULT è sufficiente inviare un'email a info@tavolidellacultura.net, specificando la richiesta. Scrivici a quest'indirizzo anche per informazioni su BCULT e per eventuali modifiche dei tuoi dati personali. Potrai revocare la tua iscrizione alla newsletter quando vorrai, semplicemente mandandoci una mail con soggetto Rimuovi. |